Per diventare eroi della HERO Südtirol Dolomites

NED OVEREND: ALLA BMW HERO CI SARÒ!

Sulla starting line della X edizione della HERO ci sarà anche Edmund “Ned” Overend, leggenda vivente della mountain bike, nonché primo campione del mondo nella storia del cross country, a Durando 1990. La presenza di Ned sancirà così un sodalizio storico tra uno dei più grandi atleti di tutti i tempi nel mondo della mountain bike e lo storico legame con Specialized che da quest’anno è Worldwide Partner di BMW HERO Südtirol Dolomites. Lo abbiamo incontrato in attesa di vederlo in gara.

Buongiorno e benvenuto sulle Dolomiti, Ned, o come dobbiamo chiamarla? Tra i molti soprannomi che le hanno dato, “Il Polmone”, “La Pompa”, “Deadly Nedly”, quale le piace di più?
Mi piace “Il Capitano”, venivo chiamato così quando ero l’atleta di punta del team mountain bike di Specialized. 

Il suo palmares è incredibile. Ha vinto il primo Campionato del Mondo nella storia del cross country nel 1990, ha chiuso al terzo posto i Mondiali del 1991 in Italia, è stato per sei volte il vincitore del prestigioso titolo NORBA, il detentore del Campionato USA nel 1986 e nel 1987. Non ha un po’ di rammarico del fatto di aver avuto già 35 anni nel 1990 quando la mountain bike è diventata uno sport globale?

Non ho nessun rammarico, sono stato tra i protagonisti di uno sport nuovo fin dai suoi primi momenti e l’ho visto crescere velocemente fino a diventare una disciplina olimpica. Sono felice che la mountain bike sia ancora un divertimento per me e di potermi godere tutti gli sviluppi nel campo dei prodotti. Non guardo all’età come fa la maggior parte delle persone, anzi mi sento come se avessi appena iniziato il mio viaggio.

Qual è il ricordo più bello che conserva dell’Italia? Forse la tappa di Coppa a Capoliveri sull’Isola d’Elba nella primavera del 1994 quando hai trionfato in una corsa a tappe estenuante, con lunghe salite e discese tecniche e rocciose. Cosa ricorda di quella calda giornata sotto un sole accecante?

La Coppa del Mondo all’Isola d’Elba fu una vera battaglia con Johnny Tomac, abbiamo combattuto lungo tutto il percorso: io guadagnavo terreno in salita e John accorciava in discesa.  Vincere una gara di Coppa del Mondo in Europa è stato un traguardo davvero importante. Ho un bel ricordo di tutte le gare che ho disputato in Italia. Ho gareggiato a Bassano per la World Cup, e ho preso anche parte per tre volte alla Garda Marathon. In una di quelle occasioni sono partito sotto una pioggia gelata che pian piano si è trasformata in neve mentre scalavamo la montagna: è stata una giornata davvero lunga. Ho corso anche in una gara in uno splendido parco di Roma. Beh, non vedo l’ora di aver tempo per visitare l’Italia.

Nel corso della sua carriera lei è stato praticamente imbattibile nelle gare ad alta quota con notevoli dislivelli e discese brusche. Le gare cross country di oggi stanno diventato sempre più veloci, con aree tecniche e circuiti corti. Oggi le gare di Coppa del Mondo durano circa un'ora e mezza, quasi la metà rispetto a quando gareggiava lei. In confronto con 20-25 anni fa, il cross country è diventato un altro sport?
Le prove cross country negli anni '90 erano più simili alle marathon di oggi, e sicuramente sempre di più le gare di XC stanno mutando: durano meno e hanno circuiti più corti, quindi le salite sono più incisive. Ma va bene così, è molto divertente guardare la Coppa del Mondo anche grazie ad una migliore copertura televisiva. Le marathon sono una grande esperienza per tutti gli appassionati, anche per me.

Chi è stato l’avversario più duro da affrontare nel suo periodo d’oro? Forse il leggendario John Tomac?
Domanda interessante: John è stato un rider davvero forte e, soprattutto, è stato ben sostenuto dai suoi sponsor. Ha avuto molta esposizione mediatica sulle riviste, e sentivo di avere una rivalità con lui e con la sua immagine pubblica. Sono stato motivato a batterlo perché ritenevo di avere risultati migliori mentre lui era più considerato dalla stampa. Io e John abbiamo sempre avuto una buona amicizia ma sempre rispetto reciproco. Abbiamo avuto una grande rivalità dal 1896 al 1990 ma poi venne Thomas Frischknecht, davvero molto competitivo che si è rivelato un rivale duro da affrontare in Coppa del mondo.

Il dominio statunitense nel cross country è finito (almeno per quanto riguarda gli uomini) a metà degli anni ’90. Sono stati i ciclo-crosser europei che per primi hanno alzato il livello e vi hanno raggiunti. Biker come Thomas Frischknecht, Henrik Djernis, Peter Hric, Mike Kluge, Tim Gould e Beat Wabel. Come hanno fatto a superarvi? Metodi scientifici di preparazione (tratti dal ciclismo su strada), una migliore nutrizione, capacità di programmazione, una maggiore adattabilità ai ritmi di gara?
Penso sia fisiologico il fatto che gli atleti statunitensi non potessero dominare per sempre nelle gare cross country, anche perché la mountain bike è cresciuta e si è sviluppata enormemente nei paesi europei. In Europa c’è un più profondo apprezzamento per il ciclismo e un sistema migliore per lo sviluppo di giovani corridori: un paese come l’Italia ha lo stesso numero di atleti tesserati degli Stati Uniti, nonostante una popolazione molto inferiore. La mia speranza è che il ciclismo americano possa vivere un periodo di cambiamento, considerando anche il fatto che adesso vengono organizzate delle gare già a livello di high school. Abbiamo diverse gare juniores e sono convinto che questo si trasformerà in una maggiore competitività dei nostri rider nei prossimi anni. Chris Blevins da Durango, Colorado, è arrivato secondo ai Mondiali U23 e ha un grande futuro davanti a sé.

Se dovesse indicare, sia tra gli uomini che tra le donne, le cinque figure più importanti nella storia della mountain bike (downhill incluso) quali nomi metterebbe?
È davvero difficile scegliere cinque rider. Ci sono campioni già dai primissimi tempi della disciplina che hanno contribuito a promuovere lo sport con le loro storie e le loro rivalità. Gente come me, Tomac e Frishy. Donne come Julie Furtado e Missy Giove sono state figure importanti fin dalle origini di questo sport, e poi anche Paola Pezzo che ha vinto la medaglia d’oro ad Atlanta e a Sydney! Nico Vouilloz e Anne Caroline Chausson hanno portato il downhill a un nuovo livello con il loro dominio in uno sport dove è complesso controllare le variabili in gioco. Julian Absalon e Nino Schurter hanno aumentato il contenuto agonistico e tecnico delle gare di cross country a un livello superiore. Sono più di cinque, vero?

Lei gareggia ancora, anche se ufficialmente ha chiuso la carriera da professionista del cross country nel 1996. E come lei, anche un altro mito del cross country americano, David “Tinker” Juarez continua a correre. Come spiega questa scelta?
Mi piace provare una grande varietà di biciclette: la mountain bike è la mia prima passione ma mi diverto su strada, sullo sterrato, a fare ciclocross e con le fat-bike. Vivo sulle montagne del Colorado dove ci sono percorsi stupendi e bellissime strade sulle quali pedalare. Il ciclismo ti mantiene giovane se hai il giusto rispetto per il tuo corpo …e non cadi troppo spesso.

Molte persone non lo sanno, ma lei ha anche gareggiato su strada, e qualche difficile scalata circa 30 anni fa. Come quella in Colorado da Idaho Springs a Mount Evans. Qual è stata e qual è tutt’ora la tua relazione con la bici da strada?
Quella di Mount Evans è una prova classica tra le scalate, è la più alta strada asfaltata degli Stati Uniti con i suoi 4.347 metri, e il percorso arriva fino alla cima. Ho un trascorso sia nella bici su strada che nel triathlon. Ho partecipato alla gara a tappe Coors Classic nel 1983 con Andy Hampsten nel team Raleigh. Ho fatto anche un Ironman nel 1980. Ma nel 1984 ho scoperto la mountain bike e da allora ho considerato la bici da strada solo come un ottimo metodo per allenarmi.

Lei è storicamente legato a uno dei top brand del ciclismo, Specialized: cosa significa aver accostato il proprio nome con uno dei marchi leader sul mercato?
Ho lavorato con Specialized dalla mia prima gara e per più di 30 anni, è stata una delle chiavi della mia longevità sportiva. Dopo il mio ritiro dal circuito di Coppa del mondo nel 1996 ho continuato ad allenamenti e a gareggiare senza però avere la pressione data dal contratto da professionista. Sono diventato così parte integrale dello staff aiutando nello sviluppo di prodotto e collaborando con il dipartimento di marketing sportivo. C'è tanto entusiasmo per il ciclismo in Specialized e io sto cavalcando l’onda.

Ritiene che le prove marathon oggi rappresentino la cultura delle strade sterrate e del single track meglio del cross country?
Penso che le marathon diano ai partecipanti un’esperienza gratificante. Lunghe e impegnative salite e magnifici panorami, spirito di squadra e atmosfera di festa: sono tutti elementi che contribuiscono a rendere la marathon un’esperienza positiva. Il cross country è un animale solitario, fatto di alta intensità e aggressività, riesce a essere bello in un modo tutto suo.

Che futuro vede per le gare endurance su lunga distanza come le marathon?
Credo che le marathon continueranno a crescere. Ci sono molti eventi tra i quali scegliere e quelli che dureranno nel tempo sono quelli nei quali gli organizzatori riusciranno a garantire ai partecipanti un’esperienza di qualità. Un percorso impegnativo in una bella zona con una cornice coinvolgente sono elementi sempre popolari tra i rider.

Si dice che la popolarità della HERO abbia raggiunto anche gli Stati Uniti: cosa significa per lei competere e provare a superare i propri limiti? Continua a rimanere una sfida?
Prima di una gara ho la stessa eccitazione di 25 anni fa. Ho guardato le caratteristiche della HERO e sono davvero intimidatorie. Ho anche parlato con Howard Grotts che ha gareggiato ai Mondiali nel 2015 in Val Gardena per chiedergli qualche consiglio. Dovrò essere bravo a concentrarmi su una corretta preparazione. Sarà importante rispettare la salita e l'altitudine e adattarmi di conseguenza. Ma poi, non vedo l'ora che arrivi la festa una volta che il lavoro sarà terminato!

 

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